Ah! Mio Adorato! Ti Ho Raggiunto Alla Fine!

Maria di Magdala

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“Quanto Egli l’amava! Era giovane, pura, candida come una nuvola nel cielo d’aprile. Il pastore la guardava con tanto amore, pensando a quanto bene poteva ad essa fare e quanto amore riceverne. Ed essa lo abbandona. È passato, lungo la via che costeggia il pascolo, un tentatore. Indossa una veste di mille colori, una cintura d’oro da cui pendono sonagli argentini, melodiosi come il canto di un usignolo, e fiale di essenze che inebriano… Questo tentatore ha fra le mani un turibolo brillante di gemme, da cui sale un fumo che è lezzo e profumo insieme, che sbalordisce così come lo sfaccettio dei gioielli abbacina. Egli va cantando e lascia cadere manate di un sale che brilla sulla strada oscura… Novantanove pecore guardano e stanno. La centesima, la più giovane e cara, fa un balzo e scompare dietro al tentatore. Il pastore la chiama ma lei corre più veloce del vento per raggiungere colui che è passato e, per sorreggersi nella corsa, gusta di quel sale che la brucia con un delirio strano che rende I poveri pecore anela per acque fresca di ombre verdi profondo di un cupo di selve. E nelle selve, si profonda e sale e scende e cade… una, due, tre volte. E ogni volta sente intorno al suo collo l’abbraccio viscido dei rettili, e assetato, beve acque inquinate, e affamato, morde erbe lucide di bave schifose. Il pastore buono chiude al sicuro le novantanove fedeli e poi si pone in cammino, e non smette di andare sinché non trova tracce della perduta. Ha affidato ai venti le sue parole di richiamo, e la vede da lungi, ebbra fra le spire dei rettili, tanto ebbra che non sente nostalgia del volto che l’ama ma lo deride. consapevoli che è colpevole di entrare, come un ladro, nell’altrui dimora, tanto colpevole che non osa più guardarlo… Eppure il pastore non si stanca… ma avanti alla ricerca di esso, seguendo le sue tracce e pianto quando li perde – lembi di vello: lembi d’anima; tracce di sangue: delitti diversi; lordure: prove della sua lussuria – egli va e la raggiunge. Ah! Ti ho trovata, diletta. Ti ho raggiunta! Quanto cammino ho fatto per te per riportarti all’ovile. Non chinare la fronte avvilita. Il tuo peccato è sepolto nel mio cuore. Nessuno, fuorché Io che ti amo, lo conoscerà. Io ti difenderò dalle critiche altrui, ti coprirò con la mia persona per farti scudo contro le pietre degli accusatori. Vieni. Sei ferita? Oh! Mostrami le tue ferite. Le conosco. Ma voglio che tu me le mostri con la confidenza che avevi quando eri pura e guardavi a me, tuo pastore e Dio, con occhio innocente. Eccole. Come sono profonde! Chi te le ha fatte tanto profonde nel fondo del cuore? Il Tentatore, lo so. È lui che non ha bordone né ascia, ma che colpisce più a fondo col suo morso avvelenato, e i gioielli falsi coloro che ti hanno sedotta col loro brillare… e che erano zolfi d’inferno tratti alla luce per arderti il cuore. Guarda quante ferite! Quanto vello lacerato, quanto sangue, quanti rovi. O povera piccola anima illusa! Ma dimmi: se Io ti perdono, tu mi ami ancora? Ma dimmi: se Io ti tendo le braccia, tu vi accorri? Il tuo pianto, insieme al mio, lava le tracce del tuo peccato, ed Io per nutrirti, poiché sei consumata dal male che ti ha arsa, mi apro il petto, le vene mi apro, e ti dico: “Pasciti, ma vivi!”. Vieni, che ti prendo in braccio. Tutto dimenticherai di quest’ora disperata…».

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“Quanto Egli l’amava! Era giovane, pura, candida come una nuvola nel cielo d’aprile. Il pastore la guardava con tanto amore, pensando a quanto bene poteva ad essa fare e quanto amore riceverne. Ed essa lo abbandona. È passato, lungo la via che costeggia il pascolo, un tentatore. Indossa una veste di mille colori, una cintura d’oro da cui pendono sonagli argentini, melodiosi come il canto di un usignolo, e fiale di essenze che inebriano… Questo tentatore ha fra le mani un turibolo brillante di gemme, da cui sale un fumo che è lezzo e profumo insieme, che sbalordisce così come lo sfaccettio dei gioielli abbacina. Egli va cantando e lascia cadere manate di un sale che brilla sulla strada oscura… Novantanove pecore guardano e stanno. La centesima, la più giovane e cara, fa un balzo e scompare dietro al tentatore. Il pastore la chiama ma lei corre più veloce del vento per raggiungere colui che è passato e, per sorreggersi nella corsa, gusta di quel sale che la brucia con un delirio strano che rende I poveri pecore anela per acque fresca di ombre verdi profondo di un cupo di selve. E nelle selve, si profonda e sale e scende e cade… una, due, tre volte. E ogni volta sente intorno al suo collo l’abbraccio viscido dei rettili, e assetato, beve acque inquinate, e affamato, morde erbe lucide di bave schifose. Il pastore buono chiude al sicuro le novantanove fedeli e poi si pone in cammino, e non smette di andare sinché non trova tracce della perduta. Ha affidato ai venti le sue parole di richiamo, e la vede da lungi, ebbra fra le spire dei rettili, tanto ebbra che non sente nostalgia del volto che l’ama ma lo deride. consapevoli che è colpevole di entrare, come un ladro, nell’altrui dimora, tanto colpevole che non osa più guardarlo… Eppure il pastore non si stanca… ma avanti alla ricerca di esso, seguendo le sue tracce e pianto quando li perde – lembi di vello: lembi d’anima; tracce di sangue: delitti diversi; lordure: prove della sua lussuria – egli va e la raggiunge. Ah! Ti ho trovata, diletta. Ti ho raggiunta! Quanto cammino ho fatto per te per riportarti all’ovile. Non chinare la fronte avvilita. Il tuo peccato è sepolto nel mio cuore. Nessuno, fuorché Io che ti amo, lo conoscerà. Io ti difenderò dalle critiche altrui, ti coprirò con la mia persona per farti scudo contro le pietre degli accusatori. Vieni. Sei ferita? Oh! Mostrami le tue ferite. Le conosco. Ma voglio che tu me le mostri con la confidenza che avevi quando eri pura e guardavi a me, tuo pastore e Dio, con occhio innocente. Eccole. Come sono profonde! Chi te le ha fatte tanto profonde nel fondo del cuore? Il Tentatore, lo so. È lui che non ha bordone né ascia, ma che colpisce più a fondo col suo morso avvelenato, e i gioielli falsi coloro che ti hanno sedotta col loro brillare… e che erano zolfi d’inferno tratti alla luce per arderti il cuore. Guarda quante ferite! Quanto vello lacerato, quanto sangue, quanti rovi. O povera piccola anima illusa! Ma dimmi: se Io ti perdono, tu mi ami ancora? Ma dimmi: se Io ti tendo le braccia, tu vi accorri? Il tuo pianto, insieme al mio, lava le tracce del tuo peccato, ed Io per nutrirti, poiché sei consumata dal male che ti ha arsa, mi apro il petto, le vene mi apro, e ti dico: “Pasciti, ma vivi!”. Vieni, che ti prendo in braccio. Tutto dimenticherai di quest’ora disperata…».